Prima di Tridentum

Intervista alla dott. ssa Elisabetta Mottes, responsabile dell’Ufficio beni archeologici della Provincia Autonoma di Trento.

Da millenni, il cuore di Trento custodiva un segret. E‘ stato svelato dagli scavi per realizzare i parcheggi interrati di Palazzo Maria Theresa, il progetto di rigenerazione urbana del Gruppo Dalle Nogare.Quello che è emerso è uno dei ritrovamenti archeologici più significativi dellintero arco alpino: una necropoli della prima età del Ferro, perfettamente conservata e datata oltre 2500 3.000 anni fa.

La dott. ssa Elisabetta Mottes, responsabile dell’Ufficio Beni Archelogici della Provincia Autonoma di Trento, sta dirigendo le ricerche. L’abbiamo raggiunta per qualche domanda.

D: Dottoressa Mottes, ogni scavo è una sfida, ma questo ritrovamento sembra avere un respiro diverso. Qual è il reale valore di quanto emerso?

R: «Abbiamo sempre molti scavi aperti in più parti della città, ma effettivamente, questo ha tre caratteristiche che mi permettono di definirlo “straordinario”: la rarità, perché evidenze della prima età del Ferro sono pressoché inesistenti nell’ intero arco alpino; la monumentalità del contesto funerario, che è unico nell’Italia settentrionale in questa fase cronologica; lo stato di conservazione, a dir poco eccezionale. Grazie alle antiche alluvioni del torrente Fersina, la necropoli è stata sigillata perfettamente, permettendoci di rinvenire tutto esattamente come era stato lasciato migliaia di anni fa.»

D: Ci sta dicendo che questa scoperta racconta una storia che va più indietro rispetto a quella che siamo abituati a conoscere?

R: «In un certo senso sì: fino ad oggi le notizie principali sulla città di Trento riguardavano, Tridentum, quindi il centro abitato di epoca romana (I secolo a.C.). Poco è noto dei periodi precedenti alla fondazione della città. Nel caso specifico di questo scavo, invece, eravamo appena fuori dalla cinta muraria della città romana, dove allora c’erano terreni agricoli. Questo ha consentito di spingerci più in profondità: la necropoli rinvenuta ci dà uno spaccato molto preciso della società che abitava queste zone nella conca di Trento molto prima dei Romani e suggerisce la presenza di un abitato protourbano di cui al momento nulla è conosciuto.»

D: Archeologia e cantieri spesso non vanno d’accordo, ma in Via Santa Croce la sinergia fra pubblico e privato sta funzionando molto bene…

R: «E’ vero: la forte sensibilità dimostrata dalla proprietà dell’immobile (il Gruppo Dalle Nogare n.d.r.) ha permesso di lavorare in sinergia, con obiettivi comuni. Larea archeologica è posta a 8 metri di profondità e senza la disponibilità e la collaborazione reciproca non sarebbe stato possibile raggiungere alcun risultato. È un caso raro, un connubio perfetto fra la tutela archeologica e la realizzazione dellopera edile.»

D: Come verranno valorizzati questi ritrovamenti, una volta ultimati i lavori archeologici?

R: Non sta a me dirlo: il compito di noi archeologi è restituire alla comunità un patrimonio che le appartiene. Spetterà poi alle istituzioni decidere i tempi e le modalità di valorizzarlo ma, considerato leccezionale valore di questo ritrovamento, auspico che si trovi una soluzione.


Il rito delle spade spezzate

In alcune urne della necropoli di via Santa Croce, gli archeologi hanno trovato qualcosa di davvero unico: spade spezzate ritualmente. Sono uno status symbol e la testimonianza di un antico codice d’onore: ”uccidendo" l'arma del guerriero, i vivi la rendevano inutilizzabile, legandola così indissolubilmente al suo proprietario nel viaggio verso l'aldilà. Un gesto simbolico che sottolinea l'altissimo rango sociale di alcuni dei guerrieri che riposano nella necropoli .